La responsabilità di essere felici

Di aprile 12, 2016 Educ(ama)re
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Ho sempre pensato che la felicità fosse qualcosa di indipendente da me: o c’è o non c’è, mi dicevo. Non puoi scegliere di essere felice: se capita bene, se non capita soffri e aspetti che arrivi.

Sono stata e sono una persona tendente alla malinconia fin da bambina, ma in grado di assaporare gioie talmente grandi e improvvise da farmi passare dalla tristezza alla commozione felice nel giro di pochi minuti.

Poi è arrivato Leo e io a 22 anni mi sono ritrovata, mai come prima, di fronte alla parola Responsabilità: responsabilità di alzarmi ogni volta che lui lo richiedeva, responsabilità di un piccolo essere umano totalmente dipendente da me, responsabilità di un matrimonio da curare, di una casa da gestire, di cibo da far trovare in tavola. Sono responsabilità condivise con mio marito ovviamente, ma che sulle spalle mi sono pesate e tante volte mi pesano, nonostante la soddisfazione e la felicità nel vedere ciò che costruisco, nonostante la fatica. In tutto questo c’era un dettaglio che mi sfuggiva: ho impiegato del tempo per focalizzarlo, mi ci è voluta una depressione post parto e un marito che con amore ha deciso di darmi una mano. E una svegliata.

Quello che non ho capito per mesi è che la prima responsabilità doveva essere nei confronti di me stessa ed era proprio quella di essere felice. Quello che non ho capito per molto tempo è che la prima scelta da fare ogni mattina doveva essere rivolta a me stessa ed era quella di sorridere e fare ciò che mi rendeva felice.

La felicità è una responsabilità che si porta avanti giorno dopo giorno: non arriva dal nulla e nel nulla non finisce. E’ esattamente come una pianta da innaffiare anche se sei stanca e pensi che non ti va e che startene sul divano possa essere più gratificante, perchè la pianta senza quell’acqua muore e se non la innaffi tu, nessuno lo farà. E’ come iscriversi in palestra: quante volte mi sono iscritta e poi non sono andata, come se iscriversi fosse l’inizio e la fine e l’impegno del percorso nel mezzo dovesse piovere dal cielo.

A volte la felicità è un peso, finchè poi non arriva quel momento in cui dalla pianta che hai innaffiato per giorni, settimane, mesi sboccia un fiore che ti ripaga delle ore di sonno mancate, della fatica della dedizione. Vorrei insegnare a Leo la responsabilità della felicità, che è faticosa e pesante, che richiede sforzo, ma che è bella.

Perchè alla fine questa è la vita, amore mio ed è tutta nelle tue mani dolci e forti.

Educare è mettersi in discussione

Di aprile 5, 2016 Educ(ama)re
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Leo mi fornisce sempre ottime occasioni per imparare e crescere come persona e mamma. E’ da quattro anni che mi insegna come educare sia mettere in discussione sè stessi e le proprie idee, in una revisione continua del cammino.

Un atteggiamento, una scelta possono andare bene per un pò, poi però le situazioni cambiano, noi e i nostri figli cresciamo e si perde quell’equilibrio che si era stabilito. Tocca a noi genitori capire che bisogna cambiare rotta e rivedere scelte, posizioni e comportamenti.

Così sta capitando a noi, che con gioia avevamo abbracciato l’homeschooling, scegliendo nella serenità di tutti e tre di non mandare Leo all’asilo e che ora ci ritroviamo a dover organizzare l’inserimento nell’asilo del nostro paesello, perchè lui stesso non solo chiede di andarci con un gran sorriso, ma vuole farlo il prima possibile, praticamente in concomitanza con l’arrivo del fratellino.

Io e suo padre non possiamo far altro che parlare con lui, fargli domande e ascoltarlo, accogliere le sue richieste, accompagnarlo nelle sue avventure e conquiste, rivedendo ogni volta le nostre convinzioni e spostando paletti un pò più in là o in qua. Educare è andare oltre fazioni, etichette, idee granitiche: è una continua ricerca di equilibrio, di relazione, scambio e crescita condivisa. In questo cammino comprendo sempre più la delicatezza e l’importanza del ruolo di genitore: è bellissimo e insieme faticoso prestare sempre attenzione a quel limite sottile tra intervento e libertà, guida e imposizione, fermezza e autorità.

Poi guardo Leo, sorrido e capisco che non esistono strade del tutto giuste o sbagliate, ma solo tentativi di fare il meglio che si può, giorno dopo giorno, insieme. Nessuno può ottenere la perfezione (e, direi, nessuno la chiede), dobbiamo solo esserci e camminare insieme indossando le nostre scarpe migliori.

Torta in tazza al cocco contro il buio

Di marzo 31, 2016 Ricette, Torte e biscotti
torta in tazza al cocco

Ci sono giorni difficili, che iniziano all’alba delle 4 del mattino con febbre, raffreddore e pianti e la giornata che si prospetta davanti non è delle migliori. Ci ho messo tempo per accettare le giornate no. quelle che cominciano male e continuano peggio. Ci ho messo tempo per imparare a gestire l’ansia di vedere davanti ore di cure, pianti, “mamma, mamma, mamma”, medicine, senza la possibilità di uscire o di rimanere staccati per più di 2 minuti consecutivi. A volte capita ancora di alzarmi in uno di questi giorni, vedere il buio pesto fuori e pensare solo “voglio solo tornare a letto e ora come faccio?” con un filo di ansia.

Nel tempo ho capito che tutto dipende da noi, da come affrontiamo e direzioniamo i pensieri. Ho imparato che tutto parte dall’accettazione delle emozioni: posso provare ansia, paura, insofferenza e non per questo essere meno mamma, meno brava. Posso anche pensare che la giornata sarà pesante, ma se sarò indulgente con me stessa (e chi mi sta intorno….o addosso) e guarderò al bello che anche un giorno simile può contenere, allora tutto andrà meglio e sarà più leggero. E il bello non è poi tanto lontano: a volte basta una voce amica, altre l’ascolto di una musica allegra non sentita da tempo, altre ancora è un piccolo dolce dell’ultimo minuto a gettare luce in una mattina di buio pesto.

Ecco la torta in tazza al cocco, nata dal bisogno di coccole dolci, di indulgenza e di semplicità. Un dolce veloce, ideale per le mattine caotiche che hanno bisogno solo di rallentare.

 

  • Torta in tazza al cocco

Ingredienti

  • 3cucchiaifarina 0
  • 3 cucchiaizucchero di canna
  • 2 cucchiaicocco in scaglie
  • 1cucchiainolievito per dolci
  • 3 cucchiailatte di soia
  • 2cucchiaiolio di semi di girasole
  • 1cucchiainozucchero a velo
  • 1cucchiainogocce di cioccolato

Istruzioni

  1. Unire farina, zucchero, cocco, lievito in una tazza alta (le classiche Mug). Aggiungere il latte di soia (o qualsiasi altro latte vegetale) e 2 cucchiai di olio di semi di girasole (ma chi vuole può metterci olio evo delicato). Mescolare bene gli ingredienti e far cuocere al microonde a 600 Watt per 2 minuti. Una volte pronta, spolverare con zucchero a velo, cospargere con gocce di cioccolato e...farsi coccolare dalla torta in tazza! Buon appetito!

 

E voi? Quali rimedi avete contro le giornate no?

La metà di un falafel

Di marzo 30, 2016 Educ(ama)re
amore-coppia-matrimonio

Ho sempre pensato che l’amore fosse molto simile a quello che Platone raccontava nel Simposio: per punizione gli uomini furono divisi in due metà, un pò come una mela tagliata. Da quel momento ognuno cerca la sua metà, quella fetta di mela che lo completa.

Più volte ho scambiato l’infatuazione per amore, ma a chi non capita: sei giovane e vuoi tutto e subito, ti lanci nella vita con passione e speranza. Poi capisci che era un ramo destinato a sfiorire.

Ho trovato l’amore a 600 km da casa, un pò per caso, un pò no, ma non è che lo trovi e poi tutto fila liscio.

Ci sono voluti una convivenza, un matrimonio, progetti naufragati, una depressione post parto, tante litigate, altrettanti traslochi e cambiamenti per capire che l’amore è impegno, più di quanto si pensi. E’ complicità, risate, momenti belli, affinità, certo, ma se si vuole costruire qualcosa, allora tocca impegnarsi e spesso faticare, accettare o non accettare, discutere, trovare compromessi, sviscerare problemi e ripartire. “La costruzione di un amore spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore se te ne rimane” canta Fossati e non posso dargli torto, perchè è quello che ho sperimentato io e che, credo e spero, continuerò a sperimentare.

Ci sono stati giorni in cui “meglio andare via, da soli è più semplice”, c’è stato il periodo della depressione post partum che ha messo a dura prova la forza di entrambi. Poi un pomeriggio in primavera è bastato un ultimo falafel diviso a metà per ritrovarci. Così mi sono educata all’amore.

Scelgo la metà del mio falafel ogni giorno e sono grata a lui per scegliermi altrettante volte. Nonostante tutto.

Matteo, la maestra e il fiore petaloso: fare del proprio meglio e osare.

Di febbraio 24, 2016 Educ(ama)re
Petaloso

Ieri sera stavo per andare a dormire, quando ho letto su Facebook la storia di Matteo raccontata dalla sua maestra. Matteo frequenta la terza elementare e durante un compito, ha inventato l’aggettivo petaloso (che personalmente trovo bellissimo). La maestra non si è fermata al segno con la penna rossa, ma ha preferito cogliere la creatività del suo studente e scrivere all’Accademia della Crusca per poter inserire il neologismo del piccolo studente nel vocabolario, come nuovo aggettivo. L’Accademia ha prontamente risposto, con una lettera indirizzata direttamente al piccolo Matteo, scritta con delicatezza, precisione e un pizzico di magia, in cui si complimenta con il piccolo linguista e spiega come può fare inserire l’aggettivo petaloso nel vocabolario:

La parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo. (…) è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri nel vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra le tante persone (…) ecco, allora petaloso sarò diventato una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.”

Per lavoro passo molto tempo su internet a osservare chi gestisce bene o meno bene la propria comunicazione e da tempo seguivo l’Accademia perchè stavano facendo un gran bel lavoro. Oltre a questo, con Leonardo facciamo homeschooling, quindi per scelta e propensione l’argomento “scuola e didattica” accende il mio interesse. In questa notizia letta per caso, a cavallo tra comunicazione e insegnamento, ho trovato molta magia e sono andata a dormire, con queste riflessioni:

  1. Puoi essere presente su tutti i social, puoi fare strategie innovative e creare post fighissimi, ma se non fai bene il tuo lavoro, non serve a nulla. Quando invece dai il meglio che puoi offrire, la comunicazione più efficace sarà quella fatta (anche e soprattutto) dagli altri. Così è per l’Accademia della Crusca, che ha sostanza e sa farla vedere bene. Anche senza post pianificati.
  2. Si può parlare ore di buona scuola, di didattica, di strumenti digitali in classe, ma se manca la visione dell’insegnamento come supporto e nutrimento (non solo correzione), allora non puoi costruire granchè. Così questa Maestra, che ha tralasciato giudizi e penne rosse trasformando l’errore in opportunità, è l’esempio più semplice ed efficace di una scuola bella e che infonde speranza nei suoi alunni.
  3. L’inventore Matteo ha tanta fortuna, perchè ha incontrato una maestra in grado di fargli vivere un’esperienza di crescita di quelle che racconti ai nipoti. Ho pensato che è questo insegnare: è appassionare, uscendo dai classici binari e dando spazio al rispetto e alla creatività del bambino, in ogni sua forma.
  4. A volte bisogna solo prendere il coraggio a due mani e sbagliare. Occorre buttarsi su strade che nessuno ha percorso perchè osare significa scoprire un aggettivo o un pò più di te e se anche fai errori, puoi far nascere qualcosa di bello e pieno di speranza, come ha fatto Matteo, con la sua maestra e il suo fiore petaloso.

 

Circondarsi di bellezza

Di novembre 17, 2015 Educ(ama)re
SunsetResize

Ho appena finito di guardare un film con mio marito, uno di quei film di azione in cui c’è il Bene chiaramente riconoscibile e il Male che certamente viene sconfitto poi, alla fine. Mi sono appena messa a letto, quando mio marito mi dice con la voce in apprensione “sta succedendo qualcosa, a Parigi”. Inizia una notte di tensione, alla ricerca di notizie e di poche ore di sonno agitate.

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